La diffusione dell’inglese sembra oramai non conoscere confini geografici, socio-professionali e culturali: è parlato e studiato in tutti i continenti, permette a persone di tutto il mondo di comunicare senza problemi e facilita gli scambi economici e diplomatici. Spesso, quando sono in viaggio, mi chiedo come avrei fatto in una certa situazione a cavarmela senza l’esistenza di una lingua franca così diffusa. Per questo motivo, sono stato molto incuriosito da un articolo su The Economist che presenta l’ultimo libro di uno studioso britannico, Nicholas Ostler, che mette in dubbio il futuro dell’inglese come lingua internazionale.

Last Lingua Franca bookcoverL’ultima lingua franca: L’inglese fino al ritorno di Babele

The Last Lingua Franca: English Until the Return of Babel traccia un interessante parallelo tra le lingue internazionali del passato e l’inglese. Per differenti motivi, alcune lingue del passato hanno conosciuto una grande diffusione, tanto da imporsi per alcuni periodi storici come lingue franche: è il caso del persiano, dell’aramaico, del fenicio e del greco. La storia ha poi determinato la fine del “successo” di alcune lingue per motivi religiosi, politici o commerciali. In effetti, il greco antico e il latino, che avevano conosciuto un’enorme diffusione in periodi differenti, sono adesso considerate lingue morte, studiate solamente per interesse storico e culturale.

Un numero decrescente di madrelingua

Nell’ultima parte del volume, Ostler sottolinea che, sebbene più di un miliardo di persone parlino inglese nel mondo, esistono attualmente solo 330 milioni di madrelingua. Poiché questo numero sembra non destinato ad aumentare, lo studioso si chiede se l’inglese potrà contare per la sua diffusione sui paesi in cui è studiato come seconda lingua. Il nazionalismo potrebbe, in effetti, decretare la fine dell’ultima lingua franca: l’esempio di alcune ex-colonie britanniche, quali la Tanzania o lo Sri-Lanka, in cui la lingua inglese non è più considerata ufficiale, o dei Paesi Bassi, in cui nel 1990 venne respinta l’idea di istituzionalizzare l’inglese come unica lingua dell’educazione universitaria, dimostrerebbero che l’inglese ha poche speranze d’imporsi in paesi esterni all’area anglosassone.

Una previsione discutibile: davvero smetteremo di parlare inglese?

Lo sviluppo delle tecnologia potrebbe allo stesso modo rendere inutile l’esistenza di una lingua franca: la traduzione simultanea e il riconoscimento vocale aiuteranno, secondo Ostler, a comunicare efficacemente ognuno nella propria lingua.

Personalmente trovo molto discutibili la teoria e le conseguenti previsioni contenuto nel libro poiché non credo l’inglese perderà nel tempo il suo ruolo di lingua internazionale. Di certo questa lingua è destinata a trasformarsi sensibilmente perché i suoi quasi 700 milioni di utilizzatori non madrelingua tenderanno a semplificarla sempre di più. In effetti, al di là degli eventi storici, l’inglese deve il suo imporsi come lingua franca proprio alla sua estrema facilità e versatilità. L’invasione di anglicismi in tutte le lingue fa pensare piuttosto ad una progressiva penetrazione dell’inglese in tutti i paesi del mondo: pur non sostituendo le lingue nazionali, sono certo che questo idioma sarà sempre più studiato e parlato. La tecnologia potrà difficilmente permettere di comunicare in due lingue diverse: allo stadio attuale le traduzioni computerizzate rivelano dei grandi limiti provocando spesso più di un sorriso (si pensi solo a Google Translator).
Forse un giorno non sarà così e potremo affidarci alle macchine per comunicare; ma siamo sicuri che vorremo rinunciare alla vivacità e alla ricchezza della comunicazione interpersonale?